venerdì 3 maggio 2013

Vivere a El Desemboque

<<Italia!>> mi chiama Angel, alto e robusto nel piccolo rettangolo di ombra nel quale lavora, <<dura la vida del molinero!>>, e ride di gusto, mentre torna a mettersi la mascherina per proteggere la bocca dalla polvere di mesquite liberata dalla macinatrice. Ride ancora, lo vedo dagli occhi, mentre si piega a raccogliere dalla cesta i baccelli di mesquite già tostato e li infila nella macchina che li ridurrà in farina grezza, da setacciare con una rete metallica a maglie fini. Mi chiama Italia, il molinero, come il nome di un Paese per lui tanto raro ed esotico, quanto lo è un villaggio di pescatori sospeso tra deserto e mare, immerso in foreste sconfinate di cactus, per un italiano. Angel lavora dal mattino presto, quando il sole è ancora basso, a filo dei rilievi brulli che abbracciano il suo villaggio, e andrà avanti ancora qualche ora, fino a quando il calore non si sarà fatto troppo anche per lui e l’ombra che difende il suo mulino mobile non avrà lasciato il passo ad uno spiazzo assolato, buono appena per le lucertole. Riprenderà tardi nel pomeriggio, o domattina nuovamente all’alba.
Siamo a El Desemboque, un piccolo villaggio di poche case segnalato appena in alcune cartine ben dettagliate, un punto appena abbozzato nello sconfinato deserto di Sonora, Messico nord occidentale, dalle mappe catturate dal satellite e disponibili on-line. Ma si tratta di un luogo importante per la storia, la cultura e la quantità di tradizioni che qui abitano. Desemboque è infatti il luogo dove risiedono 800 dei circa 1200 indiani Seri che ancora si possono incontrare. I Seri, o Conca’ac, la Gente, come amano chiamarsi nel loro idioma, sono una tribù le cui radici affondano nelle migrazioni di quei popoli che decine di secoli fa attraversavano a piedi lo stretto di Bering, allora ghiacciato, per giungere in terra americana. Gli studiosi non sono riusciti a ricostruire le tappe percorse dagli antenati di Angel, ma si suppone che il loro percorso passò attraverso la penisola della Bassa California, da dove partirono sulle balsas per navigare tra le isole del Mar di Cortéz fino a stabilirsi in quella che diventerà la loro terra sacra, l’Isola di Tiburón, e nei vicini territori desertici sulla costa orientale del Golfo di California. In quella terra montuosa e secca, bagnata dalle acque inquiete dell’Infernillo, i Seri vivevano in maniera nomade di pesca, caccia e raccolta, suddivisi in sei bande che non risparmiavano ostilità alle altre bande del proprio popolo e a chiunque provasse a interferire con la loro vita indipendente. I contatti con altre tribù della zona e con gli spagnoli furono sempre frequenti e piuttosto cruenti e i Seri, popolo fiero e guerriero, furono ingiustamente accusati di praticare il cannibalismo quando, nel 1894 un gruppo di cinque giornalisti e studiosi, inoltratosi in territorio indiano, scomparve misteriosamente. Le guerre, le malattie, la scarsità di acqua dolce, la difficoltà di reperire cibo e l’impossibilità di coltivarlo decimarono nel XIX secolo i Seri, tanto che nel 1930 se ne contavano appena 200 unità, per lo più raccolte sull’Isola di Tiburón. L’ultimo atto di secoli di lotta di ogni sorta con il Governo federale ebbe luogo nel 1963, quando questo dichiarò l’isola Riserva Ecologica. Tiburón veniva sì formalmente data in gestione al gruppo indigeno, però il divieto di insediamento e di caccia di fatto espelleva i Seri dal proprio territori sacro. Essi allora si stabilirono definitivamente sulla costa, dove fondarono i villaggi di El Desemboque e Punta Chueca.
La vita oggi a El Desemboque, dove stiamo lavorando il mesquite con Angel, scivola quieta. Qui i Seri vivono isolati in un limbo tra modernità e tradizione, legati ad un passato che li unisce alla loro terra e li spinge verso il loro mare, e allo stesso tempo attira i più giovani in un curioso affacciarsi verso l’esterno, l’”altro”, che giunge qui con l’entusiasmo dei ricercatori e dei volontari allo sviluppo, ma anche con la plastica delle bottiglie di coca-cola e il metallo dei giganteschi pick-up che qui tutti guidano. Passeggiare per El Desemboque vuol dire percorrere poche strade di terra arroventate dal sole che nascono dalla spiaggia e si perdono nel deserto, incontrare piccole costruzioni di cemento e lamiera dotate di un cortile dove piazzare i letti per le fresche notti all’aria aperta, entrare in un modesto  negozio di alimentari, stupirsi davanti alla scritta “Internet Cafè” sul muro di una casa, imbattersi in una costruzione più grande, adibita a chiesa, dove cercare un po’ di ristoro dal caldo. <<Qui siamo tutti cattolici,>> mi spiega in ottimo spagnolo Samuel, conosciuto la notte passata davanti ad un bicchiere di vino di cactus alla celebrazione dell’inizio del nuovo anno, <<e questa chiesa, la nostra fede, è il frutto dell’incontro che avvenne con i missionari giunti in queste terre centinaia di anni fa>>. In effetti la fede cattolica è un’eredità di uno dei numerosi incontri avvenuti con i cocsar, spagnoli e messicani che hanno sempre rappresentato un pericolo per le tradizioni della tribù. Fin dall’arrivo di Padre Eusebio Kino nel XVII secolo, iniziò l’opera di catechizzazione dei gesuiti, tentativo avversato con violenza in primo tempo dai membri della tribù, ma accettato con lo scorrere del tempo fino alla attuale adesione totale alla chiesa ufficiale messicana. Ma al culto cattolico nella quotidianità ancora si affiancano le tradizioni animiste: riti, pratiche e consuetudini mai dimenticate che hanno accompagnato i Seri per secoli e che oggi continuano ad essere parte integrante della loro vita, seppur spesso ibridate con il nuovo credo e con un diverso stile di vita. La cosmogonia dei Conca’ac trova il suo centro nell’Isola sacra di Tiburón, la prima terra ad essere creata insieme alla vicina Tassne, e l’origine della vita viene indicata a partire dall’apparizione di un uccello saggio e dal canto melodioso, antenato dei numerosi pellicani che ancora pescano nelle acque di Tiburón. La religione tradizionale è basata sull’esistenza di un gran numero di spiriti associati ad animali, oggetti, fenomeni naturali, eventi particolari e pratiche quotidiane. Gli spiriti pervadono dunque il mondo dei Seri e si può cercare di intercedere nella loro azione con feste o attraverso colui che questi spiriti riesce a vederli: lo sciamano. Così come nella visione religiosa, anche nella vita quotidiana dei Seri ruolo centrale è costituito dal rapporto con gli animali che vivono nel loro habitat: gli animali possono essere fonte di sostentamento come pesci, cervidi, tartarughe di mare o di terra, oppure fonte di pericolo come serpenti a sonagli e scorpioni, o possono ricoprire un ruolo sacrale come cani o le tartarughe marine. Il rapporto con i cani, fedeli compagni di caccia fin dagli albori e da alcuni associati agli spiriti degli antenati, è estremamente stretto: per le strade di El Desemboque decine di cani scorrazzano liberi e affiancano i Seri in qualsiasi attività. <<Il Governo dello Stato ci ha ordinato di ridurne il numero e di sopprimere i randagi>> confida ancora Samuel, << ma noi non faremo mai del male ai nostri háxz >>. Animale sacro per eccellenza è la tartaruga, chiamata caguama in lingua Seri. Il rispetto e l’attenzione mostrato dai Seri verso gli animali dell’ecosistema marino è enorme e per le tartarughe marine, a rischio di estinzione, il Grupo Tortuguero locale sta lavorando a piani di gestione sostenibile che aiutino a non privare i Seri di uno dei propri cibi tradizionali ma che allo stesso tempo preservino l’esistenza di questo animale anche grazie alla difesa dei suoi habitat riproduttivi.
Le tradizioni del mare, l’amore e il rispetto per gli animali e la storia del popolo Conca’ac sono insegnate ai bambini del villaggio fin dalla prima infanzia nella Scuola di Danza Tradizionale di Adolfo e Amalia. Dalla nascita di El Desemboque tutti i giovani Seri hanno ricevuto qui, oltre che in famiglia, le prime nozioni sul folklore del loro popolo. La scuola dell’obbligo, invece, ha luogo nelle aule delle tre scuole del villaggio costruite dal Governo Federale – asilo, primaria e secondaria. Le lezioni sono tenute da insegnanti del villaggio che mostrano agli alunni videocassette standard inviate dal Ministero di Città del Messico dal quale far partire il lavoro degli alunni.
Il rapporto con l’autorità centrale è talvolta ancora conflittuale, anche se il villaggio gode della sua autonomia amministrativa – si trova infatti in territorio indigeno gestito da un consiglio di Seri – e beneficia di programmi federali come quello legato all’istruzione o destinati alla costruzione di strutture quali il locale Posto di Salute. La medicina “ufficiale” è infatti affidata al medico cocsar che lavora in quel centro, anche se spesso i Seri preferiscono affidarsi alla tradizionale medicina naturale tramandata da quelle donne che ancora ricavano medicamenti e infusi benefici dalle piante raccolte nel deserto. Il tema della salute è un ulteriore esempio della tensione che pervade il mondo dei Seri: da una parte il legame alle proprie radici, dall’altro l’arrivo del mondo esterno. E se a El Desemboque, il più isolato dei due villaggi Conca’ac, proprio l’isolamento e l’insegnamento delle tradizioni, hanno preservato la società Seri, Punta Chueca, l’insediamento più vicino al “mondo esterno” è spazzato da contraddizioni e tensioni sociali tra gli anziani e i giovani che non vogliono più riconoscere la loro autorità e la propria identità. A El Desemboque alcune usanze, tra le quali il vestire colorati vestiti tradizionali, sono legate unicamente alle numerose feste tradizionali, ma l’impianto sociale sembra aver retto all’invasione del “mondo esterno” grazie all’ibridazione di tradizione e novità. Il “mondo esterno” però, talvolta, non può essere fermato neanche dal collante sociale, dall’ibridazione: le acque dell’Infernillo, ad esempio, sono sempre più povere di pesce perché depredate da pescherecci che vi entrano senza autorizzazione pescando con metodi illegali. Altro esempio è rappresentato dal riscaldamento globale. << Le acque sono sempre più calde>> racconta Alfonso, pescatore fin da bambino, << e i granchi non si nascondono più sotto la sabbia nella stagione fredda. Non esiste più una stagione fredda, dunque oggi si rischia di pescare più granchi, ma allo stesso tempo di minarne la presenza nelle nostre acque>>.
Vista anche la scarsezza di pesce, l’artigianato nell’ultimo decennio sta sostituendo la pesca come protagonista nell’economia locale. Le grandi ceste pazientemente intrecciate coi motivi tradizionali dalle donne, nei pomeriggi al riparo dal sole sotto la tettoia di fronte alla spiaggia, sono conosciute in tutto lo Stato di Sonora e anche oltre i suoi confini, così come le figure intagliate nel palo fierro, legno scuro e solido, anch’esso legato a miti e pervaso da un proprio spirito. Le stesse donne, le madri e le sorelle di Angel, si recano spesso nel deserto per raccogliere i pochi frutti che questo dona loro, tra cui i fiori del cactus e il mesquite. Oggi, mentre lavoriamo al mulino con Angel, loro sono a Pozo Coyote, bardate in ampi drappi, a raccogliere i baccelli di mesquite seccato sulle piante. In quell’area lontana almeno 50 km dalla spiaggia, terra di serpenti e scorpioni, si trovano conchiglie ovunque, quasi a testimoniare l’anima nomade dei Seri, in cui mare e terra sono elementi compresenti e imprescindibili.
<<Italia>>, ride Angel, molinero e pescatore, giù al mulino, <<fa caldo, eh?>>. E ancora si piega e torna a infilare mesquite nella sua macinatrice rumorosa, mentre il sole alto rosicchia un altro pezzo della sua ombra preziosa.

Andrea Amato, Slowfood n.29, ottobre 2007

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