martedì 18 giugno 2013

Mini

Mi chiamo Vitor Douglas Do Amor Sousa, ma tutti mi chiamano Mini, per la mia piccola statura. Nella mia famiglia è strano essere piccoli, visto che i miei fratelli, quelli ancora vivi, sono tutti sopra l’uno e ottanta. Solo mia sorella, Jussara, è sempre stata piccolina come me, e visto che a differenza degli altri non sono massiccio e muscoloso, ma smilzo e agile, sono destinato da sempre ai lavori femminili. Così, mentre i miei fratelli escono in barca col papà per salire fino ad Aracaju, o vanno nelle vecchie fazendas a raccogliere la canna da zucchero, io sto a casa con mamma, nonna, Jussara e le vicine a pescare i granchi. Sì perché qui da noi a Cajazeiras, in Sergipe, di questo si vive da secoli, e di questo sempre vivremo, finche le acque della nostra laguna non saranno troppo sporche da non avere più pesci, o finché i signori della canna da zucchero non rimarranno poveri, come per un castigo divino. A dire la verità pesci e granchi negli ultimi anni scarseggiano, ma i signori ricchi, i colonnelli, sono sempre lì nelle loro ville magnifiche, e non credo che il Signore li punirà, perché non li ha mai puniti e forse li apprezza per il lavoro che ci danno. Quando siamo solo noi donne, come ama dire mamma per scherzarmi, la mattina ci alziamo prima dell’alba e ci prepariamo per andare a prendere i caranguejos. Mamma scuote l’amaca dove dormo con Jussara e prepara la colazione per tutti: caffè, pane duro e un po’ di farofa. Io e Jussara mangiamo in silenzio, mentre fuori è buio, con gli occhi piccoli e la testa ancora ai sogni, e intanto mamma e nonna sono già attive: danno da mangiare ai tacchini, controllano l’orizzonte, chiamano le vicine e già ridono con loro. Poi usciamo. In gruppi di venti o trenta donne, camminiamo cantando lungo il sentiero che passa davanti alla vecchia scuola, al sindacato dei pescatori e alla chiesa, e quando arriviamo alla laguna ognuno sale sulla propria barchetta. Mamma ha la stessa voce di Dio, mentre canta per attirare a sé i granchi, e ascoltandola mi perdo a guardare l’acqua lontana che riflette il verde della mata e l’azzurro tenue del cielo appena illuminato. Dovrei guardare giù sotto la superficie dell’acqua se compare un granchio, ammaliato anche lui dalla voce di mamma, ma invece mi specchio, guardo il mio viso scuro e magro, leggero, i capelli neri neri e ricci e rivedo il volto di papà, dei miei fratelli, e immagino quello di nonno e di suo nonno e di suo nonno, che ha viaggiato dall’Africa fin qui. Poi i miei pensieri sono spezzati da nonna, che attenta ha visto un granchio e mi sveglia dolorosamente colpendomi con una canna per tuffarmi giù a prenderlo. Jussara chissà dov’è, si sarà stufata come sempre e starà nuotando verso il mare. 
Quando non andiamo a pescare, i pomeriggi sono infiniti. Il tempo si ferma, caldo e appiccicoso, la fame cresce e ci monta dentro una voglia di scappare. Allora con Jussara decidiamo di andare a fare il trucchetto. Non so come è nato, ma lo facciamo da un anno ed è sempre andato tutto liscio: “No problem”, come dicono nei film. Prendiamo la strada di terra che attraversa il villaggio, ci infiliamo nell’antica foresta, dove l’aria è fresca e umida, e dopo un’ora di cammino arriviamo alla statale. Il gioco è molto semplice, così semplice che mi stupisce sempre che riesca, perché sarebbe così facile accorgersene prima, ma gli uomini quando ci sono di mezzo le ragazzine perdono la testa, e allora noi possiamo fargli di tutto. In pratica con Jussara raggiungiamo il benzinaio, lì dove si fermano i camionisti che da Bahia salgono verso le città del nord coi loro rimorchi pieni di cibi confezionati e con il corpo stanco e assetato delle mogli lontane. Io mi nascondo e Jussara, con le sue ciabattine, la gonna corta e la sua maglietta strizzata va ad aspettare ai bagni, nella casetta dietro il ristorante, vicino allo spiazzo polveroso dove parcheggiano i camion. Quando un camionista va verso il bagno Jussara mette la faccia più tenera che riesce a fare e lo segue, mendicando qualche spicciolo per mangiare. Anche se riceve un insulto segue il camionista fin sulla porta del bagno, dove tira giù la povera maglietta e mostra i seni quasi inesistenti. Io mi acquatto dietro un muretto e se lei dopo un minuto non è uscita mi faccio ancora più piccolo e striscio come una lucertola verso i bagni. La scena è sempre quella, la prima volta mi ha stupito, ma oramai non ci faccio più caso: il camionista appoggiato con la faccia al muro, dentro al primo orinatoio, e Jussara davanti a lui inginocchiata. Io continuo a strisciare, rapido e scattante, senza alzare un granello di polvere fino ai pantaloni di lui, calati, li tasto e prendo il portafogli nella tasca. Una volta fuori imito il nostro tacchino gorgogliando forte, Jussara capisce che ho preso tutto e con un balzo è fuori dal bagno, lasciando il camionista con le braghe calate. Quando il trucchetto riesce per noi è una gioia, corriamo via urlando “E’ fatta, è fatta!” e ridiamo fino a Santa Luzia. Lì andiamo in pizzeria e mangiamo una pizza con salsiccia e formaggio grande come la luna. Quando torniamo a casa, ancora con la Coca-Cola in mano, mamma ci chiede dove siamo stati. Noi ridiamo sotto i baffi e filiamo dritti a mettere i soldi nella scatola di latta dietro il pollaio. Mamma sa cosa facciamo quando torniamo che il sole è già sceso, ma non dice nulla, perché sa che abbiamo fame e che non ci può proteggere da questo mondo così brutto e così bello allo stesso tempo.  
Da sempre la sera vado al bar del villaggio con papà. Lì lui gioca a biliardo e beve birra fino a non poterne più. Io e gli altri ragazzini giochiamo a pallone senza neanche vederla la palla, per il buio. Poi però quando inizia la partita in tv, qualsiasi partita sia, andiamo tutti là sotto e rimaniamo ammaliati dal jogo. Per me Dio il primo giorno ha creato l’erba, il secondo giorno il pallone, il terzo le porte, e poi ha creato gli uomini perché godessero di tutte queste meraviglie. Sopra tutti, Dio ha creato Rivaldo. Rivaldo si chiama come me, Vitor, è nato povero a Recife e con il calcio è diventato ricco e grande quasi quanto il Dio che l’ha creato a sua immagine e somiglianza. Quando gioca lui, con la maglia verde e oro della seleção, per me non esiste nient’altro, né papà, né Jussara. Io resto lì e lo guardo. E basta.
Poi domenica è successo. In tv hanno annunciato che mercoledì, oggi, la Seleção avrebbe giocato contro il Cile allo Stadio Barradão di Salvador. Quante volte ho visto quello stadio in tv con papà e quante volte gli ho chiesto di portarmi a vedere qualcuno dei miei eroi. Papà, povero, non ha i soldi per farlo, ma io ho deciso di andarci lo stesso, un’occasione così non mi capiterà più: vedrò Rivaldo allo stadio.
Così questa mattina non sono andato alla laguna con le altre, ma appena dopo colazione sono corso via.“Dio mi aspetta mamma!” le ho gridato mentre scappavo divertito. A Jussara ho raccontato tutto stanotte nell’amaca e abbiamo deciso che non avrei preso niente dalla scatola di latta, perché quei soldi ci serviranno più avanti per fuggire insieme. Mi ha solo dato un bacio sulla fronte e abbracciato con quel suo corpo piccolo, come il mio. E così ora sono qui, solo, nel parcheggio dietro il benzinaio, stavolta Jussara non c’è e il trucchetto devo farlo io. Aspetto tanto e provo a parlare a tanti camionisti e finalmente dopo diversi tentativi ci riesco. Uno di loro prende la mia mano piccola nella sua mano grossa e dura e mi tira verso il bagno. All’inizio ho paura, ma poi immagino di essere Jussara, faccio quello che avrebbe fatto lei e tutto va bene. Jussara mi ha raccontato cosa gli fa in quell’orinatoio. Ma questa volta io non scappo. Una volta che il camionista ha finito gli dico soltanto “Signore, mi porti per favore fino a Salvador, che ho un appuntamento con Dio!”. Quello risponde “Va bene, mi chiamo Marlon”, così salgo sul camion con lui. Stare là sopra è bellissimo: le macchine sembrano così piccole sotto di noi, la strada è battuta da un sole caldo, le piantagioni di cocco si susseguono una dopo l’altra in un costante saliscendi che culla il mio corpo e lo calma un po’. Non ero mai salito su un camion, né andato così lontano, e quando attraversiamo il fiume Itapicuru con le sue acque molli e verdastre e Marlon mi dice “Ecco Mini, sei nello Stato di Bahia” mi sento finalmente grande, anche più dei miei fratelli.
I sobborghi di Bahia li avevo visti una volta in televisione, sono bassi e fangosi, proprio come Cajazeiras. Piccole baracche addossate alla strada in una fila continua, e dalla strada correndo sul camion si può osservare la vita delle persone, che passa lenta sul ciglio dell’asfalto, all’aperto. Marlon conosce bene Salvador, e quando la statale si allarga in uno spiazzo che la porta quasi fin dentro le baracche, lui si ferma davanti ad un bar. Scendiamo dal camion e ci sediamo fuori, Marlon ordina una birra gelata per lui e una bibita per me, e mentre sorseggiamo mi indica un punto nella valle che si apre sotto di noi. “Guarda Mini, in fondo a questa collina, tra quelle case basse, lo vedi il grande prato?”, “Sì Marlon”, “E se guardi alla destra del prato…lo vedi?”, “Eccolo!”. Eccolo, è lì, a qualche chilometro da me. Se iniziassi a correre ora ci arriverei in tre minuti, o forse anche meno, perché non correrei, ma volerei. Mi guardo intorno, quasi affannato, e scopro che tanti intorno a noi hanno già indosso la maglia verde oro, alcuni si incamminano verso la stradina che scende la collina. Tutti sembrano sorridenti, e io non sto più nella pelle. Saluto Marlon e lo lascio lì, seduto a godersi la seconda birra, mentre quasi mi faccio investire per attraversare la strada. Corro. Mi butto giù per la discesa, tra le baracche addossate alla collina, inciampando nei gradini irregolari, scontrandomi con le galline che scorrazzano, scivolando nel fango che sembra essere una presenza fissa di questi piccoli vicoli. E mentre corro si uniscono a me altri ragazzi che escono dalle baracche, “Brasile, Brasile!” urlano e io urlo con loro. Qualcuno tira fuori un pallone da chissà dove e la nostra corsa diventa un inseguimento a questa palla che rotola giù e ci guida verso lo stadio, mentre noi sembriamo ipnotizzati. Corriamo così forte a rotta di collo che quasi ci scontriamo con il muro dello stadio. Deve mancare poco all’inizio della partita, e i prati qui fuori sono gremiti di persone che entrano. “Vieni con noi” mi chiama uno dei ragazzi con cui sono sceso, “sappiamo come entrare, non abbiamo mai pagato!”. Ora siamo almeno cinquanta ragazzi, cinquanta pantaloncini e torsi nudi lucidi al sole che si muovono uniti come se avessero provato questi movimenti, questo balletto, un numero infinito di volte. Passiamo dietro lo stadio, e dove questo è addossato alla collina c’è un’apertura nella recinzione, una sbarra che manca in una serie infinita di sbarre, e questo basta perché uno a uno ci possiamo infilare, strisciando i nostri corpi esili sul metallo scrostato. Passo anche io e per una volta benedico Dio di avermi fatto così piccolo, poi è di nuovo una corsa: ci infiliamo nel tunnel per le gradinate e saliamo i gradini a tre a tre.
Poi, finalmente, sono dentro. Lo stacco è davvero forte e dopo il buio delle scale il sole quasi mi acceca. Sento migliaia di persone attorno a me, sale il rombo delle loro voci, guardo giù e sul prato lucido di sole non ci sono ancora i giocatori. “Ancora poco e lo vedrò” sussurro a me stesso, e non ho finito di dirlo che una maglia gialla di gioia esce dal tunnel degli spogliatoi. La folla esplode, io resto a bocca aperta. Il 7 verde si muove stampato sulla sua schiena, è lui, è Dio che prende un pallone e inizia a palleggiare, con la sua andatura storta, quasi zoppa. Sono lì  e non penso a niente, non alla mia fuga, né a dove mi trovo, né a come tornerò. Non penso neanche a Jussara. Sento. Sento di essere Vitor Douglas Do Amor Sousa, detto Mini, che ha una vita miserabile e meravigliosa.