Mi chiamo Vitor Douglas Do Amor Sousa, ma
tutti mi chiamano Mini, per la mia piccola statura. Nella mia famiglia è strano
essere piccoli, visto che i miei fratelli, quelli ancora vivi, sono tutti sopra
l’uno e ottanta. Solo mia sorella, Jussara, è sempre stata piccolina come me, e
visto che a differenza degli altri non sono massiccio e muscoloso, ma smilzo e
agile, sono destinato da sempre ai lavori femminili. Così, mentre i miei
fratelli escono in barca col papà per salire fino ad Aracaju, o vanno nelle
vecchie fazendas a raccogliere la
canna da zucchero, io sto a casa con mamma, nonna, Jussara e le vicine a
pescare i granchi. Sì perché qui da noi a Cajazeiras, in Sergipe, di questo si
vive da secoli, e di questo sempre vivremo, finche le acque della nostra laguna
non saranno troppo sporche da non avere più pesci, o finché i signori della
canna da zucchero non rimarranno poveri, come per un castigo divino. A dire la
verità pesci e granchi negli ultimi anni scarseggiano, ma i signori ricchi, i
colonnelli, sono sempre lì nelle loro ville magnifiche, e non credo che il
Signore li punirà, perché non li ha mai puniti e forse li apprezza per il
lavoro che ci danno. Quando siamo solo noi donne, come ama dire mamma per scherzarmi,
la mattina ci alziamo prima dell’alba e ci prepariamo per andare a prendere i caranguejos. Mamma scuote l’amaca dove
dormo con Jussara e prepara la colazione per tutti: caffè, pane duro e un po’
di farofa. Io e Jussara mangiamo in
silenzio, mentre fuori è buio, con gli occhi piccoli e la testa ancora ai
sogni, e intanto mamma e nonna sono già attive: danno da mangiare ai tacchini,
controllano l’orizzonte, chiamano le vicine e già ridono con loro. Poi usciamo.
In gruppi di venti o trenta donne, camminiamo cantando lungo il sentiero che
passa davanti alla vecchia scuola, al sindacato dei pescatori e alla chiesa, e
quando arriviamo alla laguna ognuno sale sulla propria barchetta. Mamma ha la
stessa voce di Dio, mentre canta per attirare a sé i granchi, e ascoltandola mi
perdo a guardare l’acqua lontana che riflette il verde della mata e l’azzurro tenue del cielo appena
illuminato. Dovrei guardare giù sotto la superficie dell’acqua se compare un
granchio, ammaliato anche lui dalla voce di mamma, ma invece mi specchio,
guardo il mio viso scuro e magro, leggero, i capelli neri neri e ricci e rivedo
il volto di papà, dei miei fratelli, e immagino quello di nonno e di suo nonno
e di suo nonno, che ha viaggiato dall’Africa fin qui. Poi i miei pensieri sono spezzati
da nonna, che attenta ha visto un granchio e mi sveglia dolorosamente
colpendomi con una canna per tuffarmi giù a prenderlo. Jussara chissà dov’è, si
sarà stufata come sempre e starà nuotando verso il mare.
Quando non andiamo a pescare, i pomeriggi
sono infiniti. Il tempo si ferma, caldo e appiccicoso, la fame cresce e ci
monta dentro una voglia di scappare. Allora con Jussara decidiamo di andare a
fare il trucchetto. Non so come è nato, ma lo facciamo da un anno ed è sempre
andato tutto liscio: “No problem”, come dicono nei film. Prendiamo la strada di
terra che attraversa il villaggio, ci infiliamo nell’antica foresta, dove
l’aria è fresca e umida, e dopo un’ora di cammino arriviamo alla statale. Il
gioco è molto semplice, così semplice che mi stupisce sempre che riesca, perché
sarebbe così facile accorgersene prima, ma gli uomini quando ci sono di mezzo
le ragazzine perdono la testa, e allora noi possiamo fargli di tutto. In
pratica con Jussara raggiungiamo il benzinaio, lì dove si fermano i camionisti
che da Bahia salgono verso le città del nord coi loro rimorchi pieni di cibi
confezionati e con il corpo stanco e assetato delle mogli lontane. Io mi
nascondo e Jussara, con le sue ciabattine, la gonna corta e la sua maglietta strizzata
va ad aspettare ai bagni, nella casetta dietro il ristorante, vicino allo
spiazzo polveroso dove parcheggiano i camion. Quando un camionista va verso il
bagno Jussara mette la faccia più tenera che riesce a fare e lo segue,
mendicando qualche spicciolo per mangiare. Anche se riceve un insulto segue il
camionista fin sulla porta del bagno, dove tira giù la povera maglietta e
mostra i seni quasi inesistenti. Io mi acquatto dietro un muretto e se lei dopo
un minuto non è uscita mi faccio ancora più piccolo e striscio come una
lucertola verso i bagni. La scena è sempre quella, la prima volta mi ha
stupito, ma oramai non ci faccio più caso: il camionista appoggiato con la
faccia al muro, dentro al primo orinatoio, e Jussara davanti a lui
inginocchiata. Io continuo a strisciare, rapido e scattante, senza alzare un
granello di polvere fino ai pantaloni di lui, calati, li tasto e prendo il
portafogli nella tasca. Una volta fuori imito il nostro tacchino gorgogliando
forte, Jussara capisce che ho preso tutto e con un balzo è fuori dal bagno,
lasciando il camionista con le braghe calate. Quando il trucchetto riesce per
noi è una gioia, corriamo via urlando “E’ fatta, è fatta!” e ridiamo fino a
Santa Luzia. Lì andiamo in pizzeria e mangiamo una pizza con salsiccia e
formaggio grande come la luna. Quando torniamo a casa, ancora con la Coca-Cola
in mano, mamma ci chiede dove siamo stati. Noi ridiamo sotto i baffi e filiamo
dritti a mettere i soldi nella scatola di latta dietro il pollaio. Mamma sa
cosa facciamo quando torniamo che il sole è già sceso, ma non dice nulla,
perché sa che abbiamo fame e che non ci può proteggere da questo mondo così
brutto e così bello allo stesso tempo.
Da sempre la sera vado al bar del
villaggio con papà. Lì lui gioca a biliardo e beve birra fino a non poterne
più. Io e gli altri ragazzini giochiamo a pallone senza neanche vederla la
palla, per il buio. Poi però quando inizia la partita in tv, qualsiasi partita
sia, andiamo tutti là sotto e rimaniamo ammaliati dal jogo. Per me Dio il primo giorno ha creato l’erba, il secondo
giorno il pallone, il terzo le porte, e poi ha creato gli uomini perché
godessero di tutte queste meraviglie. Sopra tutti, Dio ha creato Rivaldo.
Rivaldo si chiama come me, Vitor, è nato povero a Recife e con il calcio è
diventato ricco e grande quasi quanto il Dio che l’ha creato a sua immagine e
somiglianza. Quando gioca lui, con la maglia verde e oro della seleção,
per me non esiste nient’altro, né papà, né Jussara. Io resto lì e lo guardo. E
basta.
Poi domenica è successo. In tv hanno
annunciato che mercoledì, oggi, la Seleção avrebbe giocato contro il Cile allo Stadio
Barradão di Salvador. Quante volte ho visto quello stadio in tv con papà e
quante volte gli ho chiesto di portarmi a vedere qualcuno dei miei eroi. Papà,
povero, non ha i soldi per farlo, ma io ho deciso di andarci lo stesso,
un’occasione così non mi capiterà più: vedrò Rivaldo allo stadio.
Così questa mattina non sono andato alla
laguna con le altre, ma appena dopo colazione sono corso via.“Dio mi aspetta
mamma!” le ho gridato mentre scappavo divertito. A Jussara ho raccontato tutto
stanotte nell’amaca e abbiamo deciso che non avrei preso niente dalla scatola
di latta, perché quei soldi ci serviranno più avanti per fuggire insieme. Mi ha
solo dato un bacio sulla fronte e abbracciato con quel suo corpo piccolo, come
il mio. E così ora sono qui, solo, nel parcheggio dietro il benzinaio, stavolta
Jussara non c’è e il trucchetto devo farlo io. Aspetto tanto e provo a parlare
a tanti camionisti e finalmente dopo diversi tentativi ci riesco. Uno di loro
prende la mia mano piccola nella sua mano grossa e dura e mi tira verso il
bagno. All’inizio ho paura, ma poi immagino di essere Jussara, faccio quello
che avrebbe fatto lei e tutto va bene. Jussara mi ha raccontato cosa gli fa in
quell’orinatoio. Ma questa volta io non scappo. Una volta che il camionista ha
finito gli dico soltanto “Signore, mi porti per favore fino a Salvador, che ho
un appuntamento con Dio!”. Quello risponde “Va bene, mi chiamo Marlon”, così
salgo sul camion con lui. Stare là sopra è bellissimo: le macchine sembrano
così piccole sotto di noi, la strada è battuta da un sole caldo, le piantagioni
di cocco si susseguono una dopo l’altra in un costante saliscendi che culla il
mio corpo e lo calma un po’. Non ero mai salito su un camion, né andato così
lontano, e quando attraversiamo il fiume Itapicuru con le sue acque molli e
verdastre e Marlon mi dice “Ecco Mini, sei nello Stato di Bahia” mi sento
finalmente grande, anche più dei miei fratelli.
I sobborghi di Bahia li avevo visti una
volta in televisione, sono bassi e fangosi, proprio come Cajazeiras. Piccole
baracche addossate alla strada in una fila continua, e dalla strada correndo
sul camion si può osservare la vita delle persone, che passa lenta sul ciglio
dell’asfalto, all’aperto. Marlon conosce bene Salvador, e quando la statale si
allarga in uno spiazzo che la porta quasi fin dentro le baracche, lui si ferma
davanti ad un bar. Scendiamo dal camion e ci sediamo fuori, Marlon ordina una
birra gelata per lui e una bibita per me, e mentre sorseggiamo mi indica un
punto nella valle che si apre sotto di noi. “Guarda Mini, in fondo a questa
collina, tra quelle case basse, lo vedi il grande prato?”, “Sì Marlon”, “E se
guardi alla destra del prato…lo vedi?”, “Eccolo!”. Eccolo, è lì, a qualche chilometro
da me. Se iniziassi a correre ora ci arriverei in tre minuti, o forse anche
meno, perché non correrei, ma volerei. Mi guardo intorno, quasi affannato, e
scopro che tanti intorno a noi hanno già indosso la maglia verde oro, alcuni si
incamminano verso la stradina che scende la collina. Tutti sembrano sorridenti,
e io non sto più nella pelle. Saluto Marlon e lo lascio lì, seduto a godersi la
seconda birra, mentre quasi mi faccio investire per attraversare la strada.
Corro. Mi butto giù per la discesa, tra le baracche addossate alla collina,
inciampando nei gradini irregolari, scontrandomi con le galline che
scorrazzano, scivolando nel fango che sembra essere una presenza fissa di
questi piccoli vicoli. E mentre corro si uniscono a me altri ragazzi che escono
dalle baracche, “Brasile, Brasile!” urlano e io urlo con loro. Qualcuno tira
fuori un pallone da chissà dove e la nostra corsa diventa un inseguimento a
questa palla che rotola giù e ci guida verso lo stadio, mentre noi sembriamo
ipnotizzati. Corriamo così forte a rotta di collo che quasi ci scontriamo con
il muro dello stadio. Deve mancare poco all’inizio della partita, e i prati qui
fuori sono gremiti di persone che entrano. “Vieni con noi” mi chiama uno dei
ragazzi con cui sono sceso, “sappiamo come entrare, non abbiamo mai pagato!”.
Ora siamo almeno cinquanta ragazzi, cinquanta pantaloncini e torsi nudi lucidi
al sole che si muovono uniti come se avessero provato questi movimenti, questo
balletto, un numero infinito di volte. Passiamo dietro lo stadio, e dove questo
è addossato alla collina c’è un’apertura nella recinzione, una sbarra che manca
in una serie infinita di sbarre, e questo basta perché uno a uno ci possiamo
infilare, strisciando i nostri corpi esili sul metallo scrostato. Passo anche
io e per una volta benedico Dio di avermi fatto così piccolo, poi è di nuovo
una corsa: ci infiliamo nel tunnel per le gradinate e saliamo i gradini a tre a
tre.
Poi, finalmente, sono dentro. Lo stacco è
davvero forte e dopo il buio delle scale il sole quasi mi acceca. Sento
migliaia di persone attorno a me, sale il rombo delle loro voci, guardo giù e
sul prato lucido di sole non ci sono ancora i giocatori. “Ancora poco e lo
vedrò” sussurro a me stesso, e non ho finito di dirlo che una maglia gialla di
gioia esce dal tunnel degli spogliatoi. La folla esplode, io resto a bocca
aperta. Il 7 verde si muove stampato sulla sua schiena, è lui, è Dio che prende
un pallone e inizia a palleggiare, con la sua andatura storta, quasi zoppa.
Sono lì e non penso a niente, non
alla mia fuga, né a dove mi trovo, né a come tornerò. Non penso neanche a
Jussara. Sento. Sento di essere Vitor Douglas Do Amor Sousa, detto Mini, che ha
una vita miserabile e meravigliosa.