giovedì 2 maggio 2013

Quinoa


Il 2013 è stato dichiarato dalle Nazioni Unite “Anno Internazionale della Quinoa”. Una buona notizia: nei prossimi mesi, in tutto il mondo, si svilupperanno progetti legati a questo piccolo cereale poco conosciuto che gli Inca consideravano addirittura “madre di tutti i semi”. La quinoa è una pianta dal fusto alto e sottile con fiori simili a spighe, di un colore variabile (dal crema al viola intenso) che racchiudono minuscoli semi sferici. La pianta è originaria delle Ande: è stata domesticata 5 mila anni fa nelle valli di Perù, Ecuador e Bolivia e la sua coltivazione si è diffusa su tutto il territorio andino grazie al commercio e alle migrazioni. Emblema dei cibi nobili e dimenticati, la quinoa è ricca di proteine, minerali e vitamine e i suoi semi sono da sempre alla base dell’alimentazione delle popolazioni andine. La sua coltivazione era legata a diversi riti sacri e, proprio per questo, è stata bandita dai conquistatori europei. I suoi semi sono stati salvaguardati dalle famiglie contadine, ma nel XX secolo l’urbanizzazione e l’industrializzazione dell’agricoltura ne hanno segnato un inesorabile declino. Fortunatamente, alcuni decenni fa, la quinoa è stata riscoperta: grazie alla sinergia fra cooperative di produttori, enti di ricerca e istituzioni internazionali, la sua produzione è cresciuta (passando dalle 18.000 tonnellate del 1970 alle 78.000 del 2010), così come la sua presenza sul mercato, anche internazionale.
Oggi la quinoa può tornare a essere un simbolo di biodiversità e un cibo fondamentale per la sicurezza alimentare: è una pianta versatile, resistente alla siccità, coltivata quasi esclusivamente con tecniche tradizionali, spesso in forma biologica e in consociazione con patate, altri tuberi andini, mais, leguminose, amaranto, patate dolci e altri prodotti, a seconda del territorio. I semi, privi di glutine (e dunque adatti anche alla dieta dei celiaci), una volta bolliti possono essere usati per zuppe, creme, dolci e bibite e molte altre nuove ricette.

Andrea Amato, La Stampa, 29/12/2012

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