Circa cento anni fa Tecauxinas era un minuscolo villaggio
abitato da 7 famiglie, arrampicato sulle pendici della montagna Camapara, in
quella parte dove l’Honduras incontra Guatemala e El Salvador. Giusto un pugno
di case di indigeni Lenca, lavoratori stagionali che ci vivevano alcuni mesi
all’anno, e per il resto si spostavano verso il confine per raccogliere il caffè,
bene che essi non coltivavano. Oggi tutto è cambiato: Tecauxinas (secondo
alcuni in antica lingua locale significava “canna da zucchero”, mentre per
altri voleva dire “terra dei saggi”) ha mutato nome nel ben più cristiano Cruz
Alta, il villaggio si è ampliato ed è immerso in una rigogliosa selva dalla
quale dal mese di dicembre le ciliegie del caffè sbucano fiere, di un rosso
vivo fino al violetto, pronte per essere raccolte. Cosa successe? Gli abitanti
del villaggio, i nonni e bisnonni dei produttori del Presidio, stanchi di
lavorare nei campi altrui, rubarono i semi di arabigo (l’attuale varietà Typica) e di Bourbón e li portarono a
Tecauxinas per coltivarli all’ombra degli alberi da frutta e da legna. Con gli
anni ampliarono l’area di coltivazione anche grazie all’aiuto del chequeque, un piccolo uccello dal corpo
azzurro e la testa nera che ancor oggi si ciba delle ciliegie del caffè e
disperde a terra i semi. <<Oggi il chequeque
è il nostro miglior alleato>> mi confida José Elías Pérez Sánchez
<<e fa quello che intendiamo fare noi produttori con l’aiuto di Slow
Food: salvaguardare la nostra ricchezza. Lui mangia solo il caffè delle antiche
varietà e scarta invece gli ibridi giunti qui negli ultimi anni insieme ai
pacchetti tecnologici>>. Saggezza della natura. José Elías è fiero
produttore di caffè di Cruz Alta, socio della cooperativa Cocatecal
(Cooperativa Cafetalera Tecauxinas Limitada) e coordinatore del Presidio del
caffè della montagna Camapara. Il progetto è l’ultimo nato tra i Presìdi del caffè
e si basa sulla fruttuosa esperienza che Slow Food ha vissuto, fin dal 2002,
nella non lontana Huehuetenango. Siamo giunti a Cruz Alta per la prima volta
nell’agosto 2008, nel corso di una missione del progetto Café y Caffè, col fine
di individuare nuove e interessanti realtà produttrici di caffè con cui
collaborare e nuovi caffè da proporre ai nostri soci. Subito ci siamo
innamorati dell’esuberanza della vegetazione che ricopre i rilievi della zona,
della franchezza e della lealtà dei caficultori, delle sensazioni che
l’assaggio della tazza dava al naso, al palato e, perché no, all’anima. In
particolare ci ha colpito la montagna Camapara, un rilievo che sfiora i 1900
metri, coperto da boschi di pino, leccio e altri alberi ad alto fusto, ricco di
piante da frutto ed erbe medicinali. L’intera zona è un Parco Naturale e per
capire la lungimiranza con cui l’area è gestita basta pensare che dal 1992 le
comunità indigene sono organizzate in 22 Juntas
de Agua (Comitati dell’Acqua), riunite in una Junta Regional, che vigila sulla tutela dei 463 torrenti della
montagna. Dalla prima visita tutto si è svolto naturalmente e senza forzature:
la partecipazione di un gruppo di produttori al Salone del Gusto 2008, i primi
incontri e scambi formativi con i caficultori di Huehuetenango, la bozza del
disciplinare di produzione, i primi sacchi di caffè giunti in Italia (presso la
Cooperativa Sociale Pausa Café), e poi gli scambi di informazioni e di idee, la
crescita della fiducia reciproca, le nuove visite ai produttori, il pensare
insieme ai piani futuri. I protagonisti del Presidio sono i produttori di
Cocatecal, la cooperativa è nata nel 2005 e conta oggi con 33 soci. Mentre
beviamo un caffè infuso da una tazza di terracotta José Elías racconta la
storia della riscossa della sua generazione a Cruz Alta: <<La cooperativa
è nata nel 2005, quando stremati dalle difficoltà abbiamo capito che soli non
ce la potevamo più fare. Facevamo grandi sacrifici e vendevamo il caffè non
ancora essiccato ai coyotes>>.
Qui è una parola che tutti usano e indica gli intermediari locali, che prestano
a tassi elevatissimi i soldi ai produttori nel corso dell’anno al momento delle
grandi necessità (fertilizzare il cafetal,
ma anche iscrivere i figli a scuola, comprare quello che non si può coltivare
nell’orto dietro casa) e che nei giorni del raccolto passano per riscuotere il
debito in denaro ed in caffè. Il coyote
non sempre è l’emissario di un gruppo industriale, anzi spesso è uno della
zona, un ex-produttore che ce l’ha fatta e con qualche risparmio si è comprato
un pick-up con cui rastrella la zona e rivende a qualcuno più grande e
organizzato, in una catena infinita che arriva fino alle exportadoras. <<Guardavamo i coyotes: loro non avevano terra, non faticavano nei campi, e mentre
noi soffrivamo, loro si arricchivano. Noi gli dovevamo regalare il prodotto,
poi in città veniva rivenduto a prezzi altissimi. In quel momento abbiamo
capito il valore del nostro caffè e del nostro lavoro>>. Nata la
cooperativa si realizzano i programmi di formazione ed assistenza per i
caficultori e nasce la collaborazione con gli enti locali e nazionali come
l’Istituto Honduregno del Caffè (IHCAFE’, che è anche partner tecnico del
Presidio) e con i soggetti della cooperazione internazionale. Dal 2007 i
produttori commercializzano insieme il proprio raccolto, inizialmente presso un
gruppo industriale che non ne valorizzava la qualità, oggi direttamente in
collaborazione con il Beneficio Santa Rosa, uno degli esportatori di maggiore
qualità in Centro America. Insieme a Slow Food i produttori hanno capito che il
mercato, già saturo di caffè anonimo, chiede un’origine precisa, chiede
altissima qualità, note caratteristiche e una narrazione del prodotto e del
territorio. I produttori del Presidio stanno diventando protagonisti di questo
tipo di percorso e padroni del loro caffè, quindi del loro futuro. Un futuro
che vogliono radioso per i propri figli: <<Come genitori chiediamo che i
nostri figli non si sleghino mai dal caffè e dalla terra. Possono diventare
dottori o ingegneri – sarebbe bello, noi non abbiamo potuto esserlo>>
confida José Elías <<ma coltivare la terra è ciò che ci garantisce la
vita. Quando è arrivata Slow Food stavamo per sostituire le varietà locali con
gli ibridi, ma ora abbiamo capito che sarebbe stata una scelta sbagliata e
vogliamo tornare a piantare il Bourbón>>. Lo faremo insieme: Slow Food
nel 2012 co-finanzierà la creazione di un vivaio per i produttori del Presidio
dove coltivare i piantini delle varietà antiche che saranno poi piantati in
campo, una volta cresciute. Tra tre anni circa, quindi, i produttori potranno
contare con un raccolto abbondante e prezioso, che unito alle conoscenze
tecniche e a questa visione fiera e lucida del mercato potrà rappresentare una
ricchezza fondamentale per Cruz Alta ed i suoi abitanti. La tazza di caffè è
finita, la chiacchierata con José Elías volge al termine, mancano due mesi al
raccolto ed è ora di tornare al cafetal.
Posiamo le tazze. Prima di andare però mi dice ancora: <<Sai, una volta
per noi e le nostre famiglie tenevamo solo il caffè peggiore, l’ultima scelta.
Oggi per la casa teniamo il nostro caffè migliore>>. Il sole si sta
alzando sopra l’antica Tecauxinas.
Andrea Amato, Slowfood n.53,
marzo 2012
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