“…il pomodoro, / astro della terra, / stella/ ricorrente /
e feconda, / ci mostra / le sue circonvoluzioni, / i suoi canali, / l'insigne
pienezza / e l'abbondanza / senza ossa, / senza corazza, / senza squame né
spine, / ci offre / il dono / del suo colore focoso / e la totalità della sua
freschezza.”* Era il 1954 e Pablo Neruda con queste parole nella sua “Ode al
pomodoro” cantava l’importanza di questo alimento per la sua terra, il Cile, e
narrava allo stesso tempo l’universalità della sua storia. E proprio dal Cile,
dal Perù, dall’Ecuador e dalla Colombia nasce diversi milioni di anni fa questa
storia che come un ponte ha unito diversi territori del globo e ha fatto del
pomodoro la specie orticola più coltivata al mondo.
Originario della costa occidentale del Pacifico, dove
cresceva spontaneamente sulle ripide pendici delle Ande sotto forma di piccole
bacche di colore verde, il pomodoro compie un lento percorso fino all’attuale
Messico. Le teorie sulla domesticazione sono discordanti: alcune sostengono sia
stato coltivato per la prima volta dalle civiltà preincaiche in Perù, altre da
quelle mesoamericane. Senza dubbio fu dalla città di Tenochtitlán, capitale
dell’impero azteca rasa al suolo nel 1521 dalle truppe di Hernán Cortés,
che i conquistadores portano il
pomodoro in Spagna ed Italia, da dove si diffonde in tutto il mondo. Il termine
con cui è chiamato in molti paesi - tomato
in inglese e tomate in spagnolo ad
esempio - deriva proprio dall’idioma azteco, il nahuat, secondo il quale veniva chiamato xitomatl, ossia “grande frutto gonfio”. A Tenochtitlán, l’antica
Città del Messico, il pomodoro nelle sue decine di tipologie veniva coltivato
su isole di terra chiamate chinampas,
in un sistema di coltivazione in cui nello stesso campo convivono anche
mais, zucche, fagioli, peperoncini e erbe spontanee dalle proprietà medicinali.
Questo modo di coltivare, chiamato milpa,
è presente tutt’oggi presso ogni famigli messicana che possegga un pezzo di
terra, e il pomodoro fin da allora ha guadagnato un posto fondamentale nell’alimentazione
nazionale. Crudo, alla brace o bollito, rosso o verde, più asciutto o più
succoso, il pomodoro ritorna costantemente nella cucina messicana come
elemento alla base di salse – tra cui l’immancabile mole - e zuppe. Non esiste tavola in Messico sulla quale non
venga appoggiata una piccola terrina piena di pomodoro unito a aglio, cipolla,
peperoncino e numerose spezie ed erba in cui bagnare tortillas e altre
specialità. Proprio una di queste immancabili salse, chiamata chiltomate per l’unione di peperoncino (chile) e pomodoro (tomate) sarà presentata alla prossima edizione del Salone del Gusto
da una comunità di oltre 500 contadine maya della zona di Tizimín, nello stato
messicano del Chiapas.
*Odas
Elementales, Agentina, Buenos Aires, Losada, 1954.
Andrea
Amato, La Stampa, 02/07/2012
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